Guardo Brick, le chiedo “vuoi uscire?”. Brick si avvicina alla porta, mi alzo e stampello fino al cancelletto che d’estate divide la casa dal giardino. “Sei sicura di voler uscire? Fuori fa caldo..”. Fa due passi fuori, si ferma, esita, torna dentro. “Ah, ecco, te lo dicevo che fuori fa caldo”.
Non c’è niente di straordinario nella nostra conversazione, chiunque abbia un cane è abituato a comunicare nello stesso modo: a parole.
Parliamo con i cani, perché parlare è il nostro modo per comunicare con gli altri.
Ma, come scriveva Jack London, Buck non sapeva leggere, e non avrebbe neppure potuto capire le stesse parole pronunciate a voce alta. I cani non sanno l’italiano, o qualunque altra lingua. Il linguaggio verbale appartiene alla nostra specie, solo noi possiamo capirlo.
Eppure funziona.
Se io parlo a Brick, sono sicura che mi capisce, e mi risponde.

comunicazione uomo cane

 

Il “cagnolese”


Quando parliamo con i cani, non usiamo lo stesso linguaggio riservato alle persone. Gli inglesi l’hanno definito “doggerel” - “cagnolese”, e ha elementi simili al linguaggio che le madri usano con i bambini piccoli. Le frasi sono semplici, dirette, le parole e la stessa frase può essere ripetuta più volte: “Vuoi la pappa? Facciamo la pappa, addesso? Mmmm, pappa buona!”. Questo aiuta il cane a mettere in relazione suoni e eventi. Questa associazione è più veloce se il suono (la parola) è associata a un evento significativo per il cane: pappa, palla, uscire, andiamo, bravo...
Non esistono studi in merito, ma nella mia esperienza i cani hanno la capacità di riconoscere le domande. Io uso intenzionalmente stili differenti di comunicazione: chiedere, dire e pretendere. Quando chiedo a Brick “Vuoi uscire?”, mi aspetto che mi possa rispondere “no, grazie”.

comunicazione uomo cane

 

Parole e gesti


La nostra voce non serve però solo a associare suoni e eventi, parlare ha anche l’effetto di attivare tutti i canali comunicativi: lo sguardo, le espressioni del viso, gesti e movimenti del corpo. Questi sono segnali che il cane è straordinariamente abile a cogliere. Mentre chiedo a Brick se vuole uscire, la guardo, e ruoto leggermente la testa verso la porta. Appoggio la mano sulla stampella (sic), e sposto il busto in avanti, movimenti che anticipano l’alzarsi e muoversi. Brick guarda verso la porta, muove qualche passo e io la seguo. Sposto il cancelletto, Brick esce, e quando le chiedo “Sei sicura di voler uscire? Fuori fa caldo..”, invece di chiudere e allontanarmi, rimango ferma e la guardo. Questo le da il tempo di voltarsi e tornare dentro. Nell’apprendimento vengono utilizzati segnali acustici (seduto, terra, vieni), e segnali gestuali. Mi è capitato spesso di vedere il conduttore dare il segnale, convinto che il cane lo stesse ascoltando, quando in realtà il cane era concentrato a guardare e reagire a gesti intenzionali e involontari.
Il caso più famoso è quello di Clever Hans, cavallo addestrato alla fine dell’Ottocento a parlare e fare di conto sbattendo con lo zoccolo a terra. Il cavallo reagiva a un movimento millimetrico del sopracciglio del suo addestratore, un maestro di scuola in pensione. L’uomo era convinto che il cavallo avesse quelle capacità, e questo episodio ha dato il nome all’influenza involontaria sul comportamento animale e ai conseguenti errori di interpretazione errata delle capacità cognitive (il “fenomeno Clever Hans”).

comunicazione uomo cane

 

Parole e emozioni


Esiste un terzo elemento da considerare: la nostra voce dice chi siamo, parla delle nostre emozioni, delle nostre motivazioni profonde. Quando spiego lo stretto legame tra voce e emozioni chiedo sempre ai presenti “Vi è mai capitato di sapere come sta una persona che conoscete bene solo sentendole dire la pronto al telefono?”. Uno degli aspetti straordinari dei cani è che a loro non interessa cosa facciamo, ma chi siamo. I cani guardano oltre le nostre maschere, sentono le nostre emozioni reali.

comunicazione uomo cane

 

Parole e comunicazione


Anni fa sono stata negli Stati Uniti per la ClickerExpo (il congresso degli istruttori e esperti di apprendimento basato sul rinforzo positivo e clicker training). Salgo su un autobus, e tento di pagare il biglietto. L’autista mi dice qualcosa ma non lo capisco. Alla fine una signora si alza e mi paga il biglietto. Io avevo un biglietto, ma la macchinetta accettava solo monete. Mi siedo vicino alla signora che mi ha offerto il biglietto, e la signora, convinta che io non parli una parola di inglese, cerca di spiegarmi “YOU-HAVE-TO-PAY-WITH-COINS”. Parla lentamente, scandisce e parla a voce alta. Le rispondo, in inglese, le sorrido molto e la ringrazio. Siamo fatti così: usiamo il nostro linguaggio in modo talmente naturale e istintivo da non pensare che un altro, neppure un cane, possa capirci, che il nostro linguaggio possa essere straniero, incomprensibile. Quello che vogliamo fare è trasmettere una informazione, altruistica o egoistica che sia. Le nostre buone intenzioni però rischiano di creare fraintendimenti e incomprensioni, se chi ci ascolta è un cane (o uno straniero che non capisce la nostra lingua :-)). Per usare in modo efficace anche la voce, dobbiamo essere consapevoli di quali informazioni il cane è in grado di cogliere. E ancora non basta. Dobbiamo guardare il cane e capire cosa ci sta dicendo. Allora sì, che diventa un dialogo.

comunicazione uomo cane

 

Quello che diciamo ai cani


Dopo aver dedicato vent’anni a studiare e capire la comunicazione dei cani, ho spostato la mia attenzione sulla comunicazione dall’uomo al cane. Su quello che noi diciamo ai cani. Capire un cane è anche capire noi stessi, capire chi siamo, cosa comunichiamo, cosa proviamo. Per me è un elemento fondamentale in qualunque percorso cane-proprietario, anche e soprattutto per aiutare cani in difficoltà. Per questo motivo (e un po’ per merito delle stampelle...), è nato il dvd “Quello che diciamo ai cani”, ultima produzione del GT e di Skilladin.

 

Potremmo dire, più conosco i cani, più conosco me stesso.

 

02/08/2012 Testo Alexa Capra

Fotografie Daniele Robotti

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