Internet ha il grande vantaggio di rendere accessibili fatti e idee, ma il prezzo per questa accessibilità è un costante rischio di inciampare in cattive informazioni. E’ il caso del recupero comportamentale di cani aggressivi, o comunque problematici.
L’informazione divulgata è: con certi cani è necessario ricorrere anche alla forza (o peggio, alla violenza), per poterli recuperare (e “salvare”), l’alternativa è l’uso di psicofarmaci. I metodi cosiddetti gentili sono destinati a fallire.

Non deve essere difficile credere che se un cane è aggressivo sia necessario in qualche modo controllarlo e fermarlo, e che questo preveda un certo grado di forza o di violenza. Non è difficile credere che essere gentili con un cane aggressivo o problematico non porti a alcun risultato reale o duraturo.
Non è difficile credere che l’uso di psicofarmaci non sia altro che il fallimento di qualunque tentativo di relazione con il cane.

recupero cani aggressivi pitbull

 

Quando mi sono trovata davanti 40 pit bull sequestrati al mondo dei combattimenti, e l’incarico di programmare il loro recupero, ho scelto di ignorare tutte le mie precedenti esperienze di lavoro con i cani, e ripartire da zero.
Il mio primo pensiero è stato: non so niente di questi cani. Ho investito mesi di lavoro solo nel conoscerli come razza e come individui. In quei mesi abbiamo subito diverse aggressioni, senza conseguenze, grazie a una gestione sicura. Ma prima di pensare a cambiare il loro comportamento, ho voluto capire.
Non c’era niente di personale, nell’aggressione di quei cani. I cani non ci odiavano, non volevano farci del male. I cani si difendono, o reagiscono in base alle loro caratteristiche e alle loro esperienze passate.
Questo periodo di conoscenza ha spostato l’attenzione dal comportamento del cane, a qualcosa di completamente diverso: il mondo con gli occhi del cane. Capire un cane è questo: riuscire a vedere il mondo con i suoi occhi. Questo processo di immedesimazione ha costruito pezzo per pezzo una alternativa a metodi basati sulla forza, l’inibizione, il controllo, o viceversa un distaccato tentativo di mascherare il problema con comportamenti appresi, cibo o farmaci.

pitbulle famiglia

La famiglia adottiva di "Zeb" Pitbull Ex-combattente

 

L’alternativa è tutto ciò che fa bene al cane.
Cosa fa bene al cane? Cosa aiuta un cane problematico?
1. L’attenzione non deve essere focalizzata sul comportamento problematico, ma sul cane: chi è, cosa vuole, come si sente. Se il cane vive in famiglia, nell’analisi deve essere compreso anche il proprietario/i proprietari.
2. Non è sufficiente ed è spesso inutile cercare di modificare il comportamento problematico nelle situazioni in cui si manifesta. E’ molto più efficace dare al cane gli strumenti per cambiare il proprio comportamento, piuttosto che forzarlo a cambiare.
3. Migliorare la qualità di vita del cane, in ogni aspetto, aiuta il cane. Valutare lo stato fisico, emotivo, le relazioni sociali. La regola è aggiungere positivo, ridurre lo stress.
4. L’apprendimento aiuta il cane a sviluppare la capacità di collaborare, comunicare, e trovare soluzioni positive ai problemi.
5. Quando il cane esibisce comportamenti sgraditi dobbiamo sempre chiederci se in quella situazione è emotivamente in grado di comportarsi in un altro modo. Se non lo è, se non sa fare di meglio, non è sano metterlo in quella situazione.
6. Dove non arriva la fiducia, deve intervenire una gestione sicura. Conoscere il cane è il 99% di una gestione sicura.
7. La soluzione migliore per noi, la più semplice e la più veloce, è raramente la soluzione migliore per il cane. La differenza tra noi e il cane, è che noi possiamo scegliere. Il cane subisce le nostre scelte.
8. Mettere il cane e il proprietario in una situazione vincente, sicura, che aumenti la loro fiducia in se stessi e nell’altro. La nostra mente è focalizzata sull’errore, e su una continua richiesta di conferme. Tutto questo non serve, e anzi può essere dannoso.
9. Mantenere buoni report del lavoro, essere sempre pronti a cambiare strategia, o a integrarla con altre soluzioni. Dare al proprietario gli strumenti per capire i principi, non tecniche da applicare in modo meccanicistico.
10. Essere onesti. Mettere del cibo a terra e intimare al cane “No! Terra!” NON è auto controllo, e non è niente che aiuta un cane in difficoltà. Aumenta il nostro controllo, ma non cambia lo stato emotivo del cane. Onestà significa cercare sempre la verità, non darle una forma a noi gradita.

pitbull comunicazione uomo

"Zeb" ospite d'onore al Congresso 2012 Gentle Team

 

Ci sono molti altri punti da considerare, ma 10 è un bel numero, così mi limiterò ad aggiungere che nell’aiutare un cane aggressivo per me l’aspetto più importante è che il cane mi deve piacere. No, non basta: mi deve piacere e devo guardarlo negli occhi senza barriere, dichiarando chi sono e chiedendogli chi è. Una comunicazione diretta, aperta, onesta è la migliore strategia per capire e aiutare un cane.

Avere paura, provare dolore, non fa bene al cane.
Essere inibito, non fa bene al cane.
In nessun modo un collare a strangolo può fare del bene a un cane.

 

08/01/2013 Testo Alexa Capra

 

Fotografie Daniele Robotti

 

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