Questa definizione è stata utile molti anni fa per tracciare una linea di separazione dai metodi basati sulla coercizione. Gentile si riferisce infatti all’assenza di strumenti quali il collare a strangolo, e di procedimenti quali la strattonata, la “correzione”, l’inibizione e in generale tutto ciò che può causare paura e dolore al cane.
Metodo gentile è una definizione derivata dal primo libro pubblicato in Italia sull’educazione del cane senza coercizione. Il titolo è: “Guida pratica all’educazione gentile del cane” (Calderini).  L’ho scritto nel 1998, ed è stato pubblicato per la prima volta nel 2000. Per fortuna è fuori stampa perché a distanza di 16 anni è ovviamente un testo datato.
Ma questo libro, uscito senza alcuna pubblicità, è stato un best seller, ristampato diverse volte, e deve aver lasciato il segno se ancora oggi c’è chi parla di “Metodo gentile”. Il libro si rivolgeva ai proprietari, e conteneva la descrizione di tutti gli esercizi proposti nei corsi di educazione in versione “gentile”.
Il senso era dare ai proprietari uno strumento semplice per ottenere dei risultati senza ricorrere alla forza e alla punizione.

metodo gentile educazione addestramento del cane

 

“Metodo gentile” non è altro che questo: il titolo di un libro (e di un DVD pubblicato nel 2003), e una netta linea di confine tra coercizione e metodi positivi. Ma un metodo gentile non è mai esistito.
Nel passaggio dall’uso di metodi coercitivi a metodi positivi (nei primi anni Novanta), la prima scelta è stata l’uso del cibo.
Ancora oggi c’è chi insegna al cane a seguire un boccone tenuto in mano (o una mano che tiene un boccone...), induce i comportamenti con il cibo, induce l’attenzione del cane con il cibo. Ancora oggi c’è chi insegna al cane a ignorare il cibo e guardare la persona, o a rinunciare al cibo. La guida spiega questi procedimenti, perché sono così semplici e intuitivi da essere accessibili a chiunque, e perché in quegli anni erano l’alternativa più diffusa alla coercizione.
Io ho abbandonato molto presto l’uso del cibo per indurre comportamenti graditi all’uomo, ho smesso di insegnare al cane la rinuncia, il contatto visivo per ottenere cibo. Non solo li trovo metodi poco efficaci, ma in alcuni casi li trovo dannosi per il cane. Si utilizzano ancora nei corsi di educazione, per lo stesso identico principio di 16 anni fa: sono semplici da usare, e possono quindi essere insegnati senza sforzo a qualunque proprietario.

Il motivo per cui ho smesso di insegnare a un cane a fare qualcosa seguendo un boccone in una mano, è che ho imparato a fare di meglio. Ho imparato a insegnare ai cani a concentrarsi sul proprio comportamento, a proporre un comportamento, associandolo a un rinforzo positivo. Sono stati anni di studio frenetico, non esisteva alcuna esperienza pregressa sul corretto impiego del rinforzo positivo e dei marker (il clicker), era tutto da scoprire, da definire, da imparare.
Far seguire al cane una mano con un boccone, quindi fingere di avere il boccone, e infine cercare di ottenere lo stesso comportamento senza cibo è un procedimento altamente inefficace se confrontato con la capacità del cane di ragionare, provare, avere successo e memorizzare comportamenti e segnali. La principale differenza non è tanto in cosa impara il cane, ma in come. Nel primo caso il cane è un esecutore passivo, nel secondo il cane attiva non solo occhi, naso e muscoli, ma il cervello. L’apprendimento riconosce, valorizza e sviluppa le capacità cognitive del cane.


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Imparare però per me non era abbastanza. Negli stessi anni in cui acquisivo esperienza e modificavo i procedimenti dell’apprendimento, iniziavo a occuparmi dell’etologia del cane, il comportamento sociale, la comunicazione, la relazione con i conspecifici e con l’uomo. La ricerca scientifica iniziata con i pit bull del progetto Ex-combattenti mi aveva messa di fronte a una bibliografia carente  sul comportamento del cane. Si parlava già di segnali di calma, ma com’era possibile ridurre la complessa comunicazione del cane a 36 comportamenti?
Sentivo questa mancanza nell’analisi dei test condotti sui pit bull e su un equivalente gruppo di cani di canile non-pit bull. Ma la sentivo anche in ogni altro ambito della mia attività con i cani, con i proprietari, nella formazione di educatori e istruttori.
Da un uso elementare del cibo allo sviluppo di procedimenti che valorizzano le capacità cognitive del cane, la comunicazione sociale e la relazione.
Mancava un pezzo. Era come scavare sempre più in profondità. Avevo iniziato con i comportamenti graditi ai proprietari (non tirare al guinzaglio, non saltare addosso, dare attenzione, tornare al richiamo, comportarsi “bene”), avevo spostato la mia attenzione alla personalità, la comunicazione sociale e alla relazione con i conspecifici e con l’uomo. Rimaneva da esplorare un livello più profondo, più intimo e complesso. Le emozioni.

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L’uso del cibo per indurre comportamenti era elementare, il rinforzo positivo si basava su studi di psicologia animale, ero entrata direttamente nel mondo dell’etologia e della comunicazione con la ricerca sull’aggressività e gli etogrammi. Varcare la soglia del mondo delle emozioni significava un cambiamento di rotta. Non potevo più pensare ai cani, ma dovevo rivolgere la mia attenzione all’uomo. I testi scientifici su questo argomento, salvo rare eccezioni, riguardano l’uomo. Ma non solo. Prima di poter capire gli altri, dobbiamo sviluppare consapevolezza, conoscere noi stessi. Un viaggio lungo e a tratti difficile, a volte persino doloroso.
Questo lungo viaggio, durato vent’anni, che ha prodotto una visione che comprende il cane come individuo, con una personalità, una storia, delle emozioni e delle relazioni, e comprende sempre il proprietario, nella sua capacità di lettura del cane, la consapevolezza di ciò che esprime nella relazione, delle proprie motivazioni e aspettative, l’empatia, la sintonizzazione. L’educatore deve sviluppare competenze che comprendono tutti questi elementi, ma è prima di tutto un percorso di crescita personale. Li guardo e dico “uscite dal corpo da proprietari”. Imparate a guardare il cane da una prospettiva diversa, la prospettiva del cane. Imparate a guardare dentro voi stessi.
Non esiste alcun metodo, alcun procedimento, che possa funzionare, essere efficace, se si limita a produrre comportamenti graditi al proprietario. A insegnare al cane a “comportarsi bene”. Comunque si chiami il metodo seguito dal Gentle Team, ha come obiettivo il benessere fisico, mentale, emotivo e sociale del cane. Ha come obiettivo l’educazione del proprietario, in termini di empatia, conoscenza e uso della comunicazione, sintonizzazione affettiva, riconoscimento del cane come individuo con una propria percezione, personalità, bisogni. Ha come obiettivo uno sviluppo personale dell’educatore, nella sua consapevolezza e auto analisi.
Questo non è un metodo, è il nostro modo di vivere, di sentire, di prenderci cura, condividere, dare considerazione agli altri.


Testo Alexa Capra, 18 febbraio 2014

Fotografie Daniele Robotti

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Bibliografia

A. Capra, D. Robotti “Guida pratica all’educazione gentile del cane” Calderini, 2000
A. Capra, D. Robotti “Compagni di viaggio” Calderini, 2009
A. Capra, D. Robotti “La comunicazione del cane” Calderini, 2007
A. Capra, D. Robotti “Etogramma dei comportamenti agonistici del cane” Skilladin, 2011
A. Capra, D. Robotti “Etogramma dei comportamenti impositivi del cane” Skilladin, 2011
A. Capra, D. Robotti “Etogramma dei comportamenti di stress, fuga e de-escalation del cane” Skilladin, 2012